L’arrivo dei Lorena prima e la politica riformatrice, in seguito, di Pietro Leopoldo portarono alla Toscana innumerevoli vantaggi e segnarono un indubbio progresso nei diversi aspetti della vita economica e sociale. Non fu sempre così però per quanto riguarda la tutela del paesaggio. I Medici avevano infatti sempre posto dei limiti severi allo sfruttamento boschivo, con divieti di taglio entro un miglio almeno dal crinale appenninico. Con i Lorena tale legislazione viene accantonata e si assiste ad uno sfruttamento del bosco intensivo e a volte indiscriminato, con pericolose ricadute sull’equilibrio idrogeologico. La forte crescita demografica che si verifica nella seconda metà del '700 implica la ricerca di nuovi terreni coltivabili. In pianura si procede con le bonifiche, in collina e montagna con i disboscamenti e la concessione di “arroncare”, cioè lavorare con la zappa, anche terreni fino allora ricoperti da boschi. Ciò provoca l’inevitabile erosione del terreno, nonostante la messa in atto di coltivazioni a ciglioni.
L’Accademia dei Georgofili che si pone ad un certo punto il problema di come porre rimedio alla situazione, indicendo nel 1781 un concorso su “come rivestire di piante” le montagne “rese spogliate e sassose”. Così che proprio davanti all’Accademia dei Georgofili un nostro concittadino, Giuseppe Muzzi, accademico lui pure, presenta una sua “memoria” dal titolo “Lettura sopra i boschi”, nella quale, per primo, dimostra il rapporto stretto tra taglio intensivo e indiscriminato della vegetazione boschiva e dissesto idrogeologico. Il Muzzi propone il rimboschimento immediato dei crinali con pendenza superiore al 20% per i terreni rivolti a nord, o “a bacìo”, e del 30% per tutti gli altri. Le colture boschive da impiantare, secondo il Muzzi, dovrebbero essere monospecifiche, a seconda del terreno e dell’ambiente, in modo da formare lecceti, querceti, castagneti, faggete ecc. Occorre, sempre secondo Muzzi, che i proprietari dei vari terreni sperimentino quale specie arborea si adatta di più al proprio ambiente. Il Muzzi insiste molto sul termine “sperimentare”, che è alla base di ogni progresso di conoscenza. Propone altresì di piantare alberi anche lungo i litorali, onde trattenere i venti marini forti e salmastri e piante di media taglia lungo gli argini dei fiumi, per evitare l’erosione delle sponde.
Muzzi divide la vegetazione boschiva in tre categorie:
a) le “boscaglie”, formate da alberi di alto fusto, utili anche per le lavorazioni artigiane, l’edilizia, i cantieri navali, o per ricavarne resine,
b) le “tagliate”, composte da alberi che si possono tagliare o capitozzare perché ricrescono, che possono servire come legna da ardere o per ricavarci pali per l’agricoltura
c) le “macchie”, dette anche comunemente “stipe”, formate da arbusti o piccoli alberi, utili per i lavori campestri, per ricavarne rivestimenti, panieri, attrezzi vari.
Mette in guardia sul fatto che dove si attuano rimboschimenti non debbano circolare armenti o transitare greggi transumanti. I boschi dovrebbero invece essere distanti dalle strade principali usate per il commercio, in quanto spesso “rifugio, nascondiglio ed asilo per i ladroni”.
Ma oltre a tale “Memoria”, il Muzzi ne presenta anche un’altra, sulla coltivazione delle piante da frutto e da legna, nella quale avanza proposte innovatrici anche dal punto di vista dei rapporti di produzione. Perché possano svilupparsi colture efficienti di tale specie il Muzzi propone infatti che siano messi a parte a pieno titolo degli utili di tali coltivazioni i mezzadri. Cita a questo proposito il caso di un cavaliere fiorentino, grande possidente, il quale non riusciva nella propria tenuta a far attecchire i gelsi, molto utili allora per la coltivazione dei bachi da seta e la vendita del fogliame. Quando lo stesso si decide a mettere a parte il proprio mezzadro del ricavato si ritrova nel giro di pochi anni una florida coltivazione di gelso.
Purtroppo i tempi non erano ancora pronti per accogliere ed attuare i rimedi proposti dal Muzzi, che restò quindi, per il momento, un precursore dell’ambientalismo.
(V. D.Vergari “Gli scritti sul bosco dei Georgofili di fine Settecento” - in Rivista di storia dell’agricoltura 2019)
Nell’immagine: stemma dell’Accademia dei Georgofili

