Poggibonsi, Abramo Barucci e un motore inarrestabile

Poggibonsi, Abramo Barucci e un motore inarrestabile
abramo barucci
Sono passati tre anni dalla scomparsa di un grande poggibonsese, Abramo Barucci, tra l’altro mio caro parente. Una persona buona, generosa, amico di tutti

Sono passati tre anni dalla scomparsa di un grande poggibonsese, Abramo Barucci, tra l’altro mio caro parente. Una persona buona, generosa, amico di tutti. Una persona segnata, purtroppo, dal triste destino della guerra, che lo costrinse ancora in età adolescenziale ad accollarsi il peso di un’intera famiglia, compito  che Abramo svolse con coraggio, determinazione, sprezzo della fatica ed anche con buona dose di ingegno.

Sempre presente alle pubbliche commemorazioni che ricordavano l’orrore della seconda guerra mondiale e testimone nelle scuole a raccomandare alle giovani generazioni il valore della pace, è stato per me, come per Mauro Minghi, che abbiamo trattato di storia locale, una fonte inesauribile di informazioni. Quando sembrava che avesse ormai raccontato tutto  della Poggibonsi di una volta, tirava sempre fuori dal cilindro della memoria un ricordo nuovo, una testimonianza ulteriore di una Poggibonsi che fu.

Lo voglio ricordare oggi con una storia piacevole, che faceva divertire anche lui nel raccontarla e che narrava sempre anche con una punta di orgoglio: quella del suo mitico camioncino Mercedes.

Il primo mezzo a motore che Abramo utilizzò per la sua attività commerciale iniziata insieme al cugino Mauro Pistolesi fu del tutto artigianale. Siamo nell’immediato dopoguerra e vicino a Livorno gli Americani si stanno disfacendo di alcuni mezzi militari vendendoli a buon prezzo. Abramo compra così un gippone, che poi fa adattare ad un meccanico carrozziere di Poggibonsi, tale Egisto Lapini, il quale, lasciando intatta la cabina guida, ricava un cassone di carico nella parte posteriore del mezzo. Però, racconta Abramo, quel gippone consumava così tanto che ci sarebbe voluto un pozzo di petrolio a disposizione per mantenerlo.

? così che nel 1952 Abramo acquista a Roma un camioncino Mercedes a gasolio. (La Mercedes aveva per il momento soltanto due sedi in Italia, a Roma e a Verona). Il camioncino svolge egregiamente il suo lavoro per dieci lunghi anni, durante i quali Abramo percorre, su e giù per l’Italia, dal Piemonte alla Campania, ben 500.000 chilometri “senza mettere mano al motore”. Solo qualche revisione di rito, che può fare anche a Firenze, dove nel frattempo la Mercedes ha aperto una nuova sede.

Proprio a Firenze un dirigente della casa automobilistica tedesca osserva un giorno il camioncino e, una volta constatati i 500.000 chilometri percorsi con lo stesso motore intatto,  regala ad Abramo una stelletta Mercedes con su scritto “500.000 Km” e un’altra piccola stelletta d’oro da apporre alla cravatta, oltre ad un attestato.

Ormai l’attività commerciale richiede però un mezzo più idoneo e capiente, così un giorno, nel 1962, Abramo si reca alla sede OM di Siena per acquistare un Lupetto “a raffreddamento ad aria”. Il camioncino Mercedes viene ceduto ad un fornaio di Batignano, una frazione del Comune di Grosseto, il quale continua ad utilizzarlo per altri sei anni. Ogni tanto Abramo, capitando da quelle parti per lavoro e incontrando il fornaio gli chiede notizie del camioncino, che continua imperterrito a funzionare a dovere. Finché un giorno il fornaio gli racconta che ormai se ne è dovuto disfare, perché la carrozzeria iniziava a dare segni di cedimento. Però, aggiunge subito dopo, il motore sta funzionando ancora ed è stato montato su una barca a Castiglion della Pescaia.

Il cuore del camioncino stava battendo ancora, pronto a percorrere altri chilometri e chilometri, questa volta sul mare.

P.s.: nell’attuale piazza Mazzini, vicino al monumento ai caduti poggibonsesi a causa dei bombardamenti, oggi c’è un olivo. Quell’olivo lo ha voluto lì proprio Abramo, a ricordare ai futuri poggibonsesi il valore della pace.

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