Nel 1992 un nostro concittadino, Vittorio Biotti, autore di diversi studi sul tema della psichiatria e della sua evoluzione nel tempo, pubblicò un libro molto interessante e documentato sul tema della percezione e della cura della follia a Firenze dal sec. XIV al XVIII intitolato “L’isola delle Stinche”, dal nome del carcere fiorentino dove, assieme ai comuni reclusi, venivano spesso portati anche i malati di mente prima della creazione di altre strutture apposite.
Il libro, tra i tanti argomenti trattati, evidenzia il labile confine esistente nel passato tra follia ed altre forme di devianza da quella che era considerata la normalità, come pure lo stretto rapporto che spesso si instaurava tra povertà e follia.
Anche il sottoscritto, nelle sue passate ricerche di archivio, ha potuto constatare come situazioni di povertà estrema o di disagio sociale potevano spesso generare comportamenti di diversità o addirittura di follia vera e propria.
Nel libro citato si racconta come, nella prima metà del ‘600, nel Conservatorio di S. Salvatore dei Mendicanti fossero ospitati assieme ai poveri anche “pazzi spiritati”, a testimoniare appunto la stretta connessione tra i due stati di vita.
Nel carcere delle Stinche esisteva una cella apposita, detta dal volgo “la pazzeria”, nella quale i malati di mente stavano con i piedi, e spesso anche le mani, in catene, usufruendo di un cibo scarsissimo.
La reclusione di un malato di mente poteva avvenire o su richiesta di un familiare (anche di terzo grado, se supportato da testimoni “bonae vitae et famae”) o, in caso di elementi pericolosi o che fossero di danno alla Comunità, anche su iniziativa delle autorità pubbliche.
? così che nel 1594 il pievano di Staggia, insieme ad un’altra persona, chiede la reclusione di un certo Michele con una denuncia agli Otto di Guardia e di Balìa, poiché si tratta di persona “pazza”, che “fa molti mali”, così che “i rappresentanti del popolo l’hanno preso e legato e fanno istanza che si faccia condurre nelle Stinche a loro spese, perché non faccia maggior male e ne nasca qualche scandalo”
Si danno talora anche casi in cui si cerca di far passare una persona colpevole di qualche reato per matta al fine di alleviarne la pena.
Nel 1596 tale Orazio di Staggia, insieme ad un compagno, se ne va in giro per il Valdarno a truffare la gente, accattando elemosine in grano, denari ed altro, con una falsa patente dei Governatori della Madonna di Siena, lasciando intendere alla gente che “quelli che avessero fatto limosine haverebbero conseguito una messa”. I due, scoperti, vengono condannati alla pena della galea. Il padre di Orazio avanza quindi una supplica al Granduca perché la pena sia commutata nella reclusione alle Stinche, nella quale afferma che il figlio è sempre stato “di poco cervello”. Si impegna anche a sborsare del denaro a vantaggio della “fabbrica di Livorno”, ossia della costruzione della zona portuale, ma la richiesta, nonostante ciò, non convince il Granduca.
Sulla metà del ‘600 sembra che si cominci un po’ a distinguere tra malati di mente e normali carcerati. Vengono infatti istituiti a Firenze lo Spedale di S.Dorotea de’ Pazzerelli e una “pazzeria” presso lo Spedale di S.Maria Nuova.
Proprio al S.Dorotea, e, in seguito, verso la seconda metà del ‘700, al S.Bonifazio, vengono spedite le persone di Poggibonsi definite “matte” o “maniache” o “imbecilli”, del cui trasferimento si incarica il caposquadra dei famigli della città.
Il mantenimento di tali persone è di solito a carico della famiglia, ma, in mancanza di questa, della Comunità. Una parte della cosiddetta tassa di redenzione che ogni anno il Comune doveva versare a Firenze, si legge nei documenti di archivio dedicati ai bilanci, era destinata appunto alla Pia Casa di S.Dorotea “per il mantenimento dei poveri dementi della Comunità di Poggibonsi”.
Come la povertà, spesso anche la solitudine poteva generare la perdita dell’uso della ragione. Se ne trovano casi anche nel XIX secolo, quando ormai tali persone, classificate con la dizione “maniaco” o “demente”, vengono portate al S.Niccolò di Siena tramite i RR. Cacciatori a cavallo. ? il caso, ad esempio, di una donna di Poggibonsi, affetta, si legge, da “monomania religiosa”.
In una società nettamente distinta per classi sulla base della condizione economica individuale, anche i trattamenti che venivano riservati ai pazienti affetti da disturbi mentali non potevano che essere distinti a seconda del reddito e della possibilità di contribuire alle spese. Lo Spedale di S.Dorotea pubblicava una tabella relativa al contributo che si richiedeva alle famiglie inquadrate nelle quattro classi economiche previste e il conseguente vitto previsto per i loro familiari ricoverati, consistente nei seguenti cibi:
1a classe: la mattina, nei giorni grassi: minestra, lesso, piatto umido di carne, erba cotta e frutta. La domenica, invece di erba cotta, frittura. Nei giorni magri: minestra, uova, pesce nobile, erba cotta e frutta. La sera, sempre, minestra, piatto umido e insalata.
2a classe: la mattina, nei giorni grassi, come sopra, toltone il secondo piatto dopo il lesso, e nei giorni magri come sopra con un pesce di genere inferiore. La sera come sopra.
3a classe: la mattina nei giorni grassi: minestra, lesso e frutta con un altro piatto umido nei soli giorni di domenica e giovedì; nei giorni magri: minestra, uova, pesce ordinario o baccalà, erba cotta e frutta. La sera come sopra.
4a classe: la mattina nei giorni grassi come sopra, toltone il piatto umido della domenica e giovedì; nei giorni magri parimenti come sopra, meno l’erba cotta. La sera pappa e insalata.
Il vino si dava annacquato e solo su decisione del medico. Il vestiario e i “medicamenti nobili” erano a carico dei familiari o della Comunità.
(V. G. Magherini e V. Biotti “L’Isola delle Stinche e i percorsi della follia a Firenze nei secoli XIV-XVIII”, Città di Castello 1992 - F. Burresi “Poggibonsi nel Settecento, dai Medici a Pietro Leopoldo, alla Rivoluzione” 2022 - F. Burresi- M. Minghi “Poggibonsi dalla distruzione di Poggiobonizio al ‘700”, 2018)
Nell’immagine: copertina del libro citato in articolo.

