Questa canzoncina ricordo di averla sentita intonare dai miei nonni ancora negli anni ’50 del secolo scorso. Loro, di estrazione contadina e quindi tutt’altro che portati alla guerra, forse ignoravano quanto dolore e quanto sangue versato si nascondesse dietro quella divertente strofetta. La stessa canzoncina si cantava però con ben altra cognizione di causa, anche a Poggibonsi, come in tutta Italia, sulle ali della propaganda bellica, sul finire del secolo XIX, poco prima della battaglia di Adua, sottovalutando sicuramente l’equipaggiamento dell’esercito etiope, che disponeva ormai di fucili Mauser tedeschi, di Remington americani e perfino di cannoni che i francesi avevano loro fornito facendoli arrivare da Gibuti.
L’avventura coloniale italiana era cominciata già pochi anni dopo l’unità d’Italia, nel 1869, con l’acquisto da parte della compagnia di navigazione Rubattino della baia di Assab con lo scopo di farne uno scalo merci del carbone che serviva ai piroscafi sulla linea Genova-India, in coincidenza con la solenne apertura, nello stesso anno, del canale di Suez, acquisto che copriva in realtà le prime mire espansionistiche in Africa del Regno d’Italia. Nel 1882 infatti il governo italiano subentrò nella proprietà alla società Rubattino, per poi occupare poco tempo dopo il porto di Massaua, l’intero tratto di costa tra tale porto ed Assab e quindi il villaggio di Saati. Questo suscitò una prima reazione degli abissini, sfociata poi nel massacro di Dogali del 1887, quando un’intera colonna di soldati italiani che portava rifornimenti al forte di Saati fu intercettata ed annientata. Si contarono tra le file italiane circa 430 morti. Pochissimi i feriti sopravvissuti. Nonostante quest’ultimo episodio, il progetto coloniale italiano andò avanti nell’ultima parte del secolo, quando si cominciò a puntare gli occhi sulla regione del Tigré, anche se tra mille opposizioni, mille incertezze e soprattutto senza fondi adeguati, visto che il ministro del tesoro Sonnino non voleva investire più di tanto in un’impresa dall’esito incerto e dai dubbi vantaggi.
Il generale Baratieri, comandante delle truppe africane, ex-garibaldino ed amico del primo ministro Crispi, anch’egli ex-garibaldino, chiese fondi e rinforzi. Poi, visto che non era riuscito ad ottenere più di tanto, decise comunque di agire, avanzando nella regione del Tigré. Questo suscitò la reazione del negus Menelik, cui prestavano soccorso, come già detto, i francesi, ma anche i russi, alleati nella cosiddetta “duplice intesa”, i quali avevano tutto l’interesse ad ostacolare l’Italia, facente già parte invece dal 1882 della Triplice Alleanza. Nella primavera del 1895 una missione russa era presente a dare supporto ad Addis Abeba e i francesi dal canto loro avevano ottenuto l’appalto per una ferrovia che collegasse tale città al porto di Gibuti.
Lo scontro tra italiani ed etiopi era ormai sicuro e inevitabile. Un primo duro assaggio si ebbe il 3 Dicembre 1895 all’Amba Alagi, dove un reparto italiano, rimasto isolato, senza ordini e rifornimenti, venne letteralmente decimato. Solo 300 uomini si salvarono dei 2.400 effettivi. Nel febbraio 1896 Menelik si assestò con un esercito di circa 100.000 uomini nei pressi di Adua. Il comando italiano chiese ancora rinforzi, poi, dopo un breve consiglio di guerra, decise temerariamente l’attacco, il 1 marzo del 1896. Morirono sul campo 4.000 italiani, tra soldati e ufficiali e 2600 ascari. I feriti furono 1500 circa, 1600 i prigionieri. Fu un totale disastro, che portò subito dopo alle dimissioni del governo Crispi e al momentaneo abbandono del tentativo imperialista italiano, che sarebbe stato ripreso poi con la guerra di Libia del 1912 e quindi, molto tempo dopo, sotto il fascismo.
Bene, a combattere quella prima temeraria e sfortunata guerra coloniale c’erano anche una decina di poggibonsesi, come racconta l’Antichi nel suo manuale, sulla base delle corrispondenze per il giornale “Ettore Fieramosca” scritte da Giuseppe Del Zanna. Uno di loro, Alfredo Vezzosi, caporale maggiore, morì nello scontro armato di Seetà.
Quando arrivò a Poggibonsi la notizia del massacro di Adua si temette molto per la sorte degli altri concittadini, i quali tuttavia la scamparono e, alla spicciolata, riuscirono a tornare tutti a casa. L’ultimo ad arrivare, l’anno dopo, il 26 Maggio del 1897, fu Luigi Chiti, che venne accolto trionfalmente alla stazione dalla popolazione e dalla banda cittadina. Il Chiti, finito prigioniero degli etiopi, era stato utilizzato da questi durante la prigionia come falegname. Di lui si erano avute notizie già in un articolo apparso su La Stampa il 13 Agosto del 1896. In tale articolo si parlava di una lettera fatta pervenire ai familiari, grazie alla cortesia di alcuni ufficiali russi, da parte di un ufficiale italiano di Livorno, il tenente Pini. Questi, dopo aver descritto l’inferno di Adua, raccontava le sue tristi peripezie da ferito e prigioniero, i trattamenti duri subiti prima di raggiungere la località di Entoto, dove aveva potuto avere delle cure, anche se diceva di temere ormai di aver perso l’uso di un braccio. Nel rassicurare i familiari, il Pini scriveva che si trovavano con lui altri due italiani, di cui uno era, appunto, il Chiti, di Poggibonsi.
La disfatta di Adua, detta anche di Abba Garima dal nome dell’altura che si trova nei paraggi del luogo dello scontro, ebbe a Poggibonsi anche uno strascico polemico in consiglio comunale. Il sindaco di allora, il dott. Pier Francesco Marzi, pensando di interpretare la volontà della popolazione, mandò infatti un telegramma al re a nome dei poggibonsesi, perché la guerra fosse continuata e portata avanti fino alla vittoria. Ma il consigliere Simone Mazzuoli contestò questa decisione del sindaco, osservando che invece la maggior parte della popolazione era contraria alla guerra ed aveva anche già raccolto molte firme per la cessazione della stessa.
I socialisti poggibonsesi contemporaneamente, dopo aver espresso il loro cordoglio per i morti, auspicarono la fine della guerra e il ritiro dalle terre occupate, concedendo nuovamente la libertà e la propria terra ai popoli africani. Il circolo locale anarchico andò oltre, con un comunicato nel quale espresse viva riprovazione per ogni guerra che non fosse di liberazione e di abbattimento del potere, plaudendo quindi alla fine della guerra coloniale di Abissinia e chiedendo che fosse posto fine alle armi e che quei soldi fossero spesi per le esigenze e le necessità del popolo. Chiudeva il comunicato degli anarchici un perentorio: “ABBASSO LA GUERRA”.
(V.anche Burresi-Minghi “Poggibonsi tra ‘800 e ‘900” - 2014 e C. Antichi “Poggibonsi” - 1969).
In copertina: la battaglia di Adua in un disegno apparso su un giornale inglese

