Il termine “cancellarius” identificava nei tempi antichi il custode dei cancelli di un tribunale. Con il passare del tempo con il termine “cancelliere”, da esso derivato, si sono appellate cariche molto diverse, dalle più semplici come quella di impiegato o segretario di un qualunque ente, a quelle più importanti riguardanti la figura del collaboratore stretto di un papa o di un imperatore, fino ad oggi, quando addirittura vengono chiamati “cancellieri” i capi di governo di alcuni importanti stati.
Per quanto riguarda il cancelliere del Comune (o della Comunità, come si preferiva dire nei tempi passati) questi svolgeva più o meno il ruolo dell’ attuale segretario comunale, con qualche funzione straordinaria aggiunta che poteva variare a seconda del tempo e del luogo.
Già a partire dai sec.XII e XIII i comuni sentirono il bisogno di annotare per scritto e conservare i vari atti e le varie deliberazioni prese, funzione che fu svolta per diverso tempo dai notai. E notai furono nella maggior parte poi anche i cancellieri, quando questi furono ufficializzati come carica elettiva.
Spesso si trattava, come nel caso dei podestà, aventi la funzione di far rispettare e amministrare la legge, di persone di fuori, estranee al contesto cittadino, ciò al fine di evitare possibili e molto probabili conflitti di interessi.
Il regolamento amministrativo del 6 gennaio 1571 definì nei particolari le funzioni dei cancellieri comunali, che consistevano nel fare l’inventario di tutti i libri e scritti appartenenti alla Comunità, nel presenziare a tutte le sedute del Consiglio Comunale e redigere apposito verbale di tutti i partiti e le deliberazioni prese, nel collaborare con il camerlengo nel redigere il libro dei bilanci comunali, nel tenere il registro di tutti i debitori del Comune senza “lasciare alcuno indrieto per qual si voglia interesse e di amicizia o di parentado”, nel condurre e registrare gli esiti dei vari incanti di beni pubblici, nel presenziare all’elezione di alcune cariche comunali come il medico o il cerusico, nel redigere il libro del dazzaiolo con l’elenco di tutte le “bocche” e i “fuochi” della Comunità in funzione della tassa sul macinato da pagare. Infine, a fine mandato, il cancelliere doveva fare un inventario dettagliato di tutte e le cose e i beni presenti nella Cancelleria.
L’onorario del cancelliere comunale di Poggibonsi nel sec. XVIII andava dalle 105 alle 120 lire annue, cui si aggiungevano alcuni rimborsi per spese di carta, rogito di atti, inchiostro. Quest’ultimo veniva prodotto e venduto allora dagli speziali. Nella bottega dello speziale, del resto, si potevano trovare allora, oltre ai medicinali, anche le candele, il sapone, la carta per scrivere ecc…
Una funzione importante il cancelliere la svolgeva in occasione dell’elezione delle nuove cariche comunali: gonfaloniere, priori, consiglieri comunali, elezione che avveniva annualmente. Secondo il regolamento della Comunità di Poggibonsi del 1634 il donzello comunale portava in cancelleria, prelevandola dalla sacrestia della chiesa di S.Lorenzo dove restava custodita per tutto l’anno, la “cassa dello squittino”, contenente tutte le “polizze” degli “imborsati”. Per essere imborsati e quindi eletti occorreva essere proprietari con un reddito sopra una certa cifra. Aperta la cassa da parte del cancelliere, si procedeva quindi all’estrazione a sorte dei nuovi eletti. Come si capisce, gira e rigira, la scelta andava a finire sempre su un ristretto numero di persone fisiche o enti religiosi. Se veniva estratta una figura femminile, questa doveva poi nominare una persona di sesso maschile che esercitasse la carica in sua vece, in quanto alle donne era preclusa per il momento ogni attività politica.
Dopo l’elezione, ossia l’estrazione a sorte delle nuove magistrature, le autorità vecchie e nuove si riunivano nella Collegiata di S. Maria Assunta per assistere alla messa “dello Spirito Santo”, detta così probabilmente perché questo avrebbe dovuto ispirare al meglio i nuovi rappresentanti del comune nell’esercizio delle proprie funzioni. Il vecchio gonfaloniere consegnava quindi al nuovo il gonfalone e le chiavi della Comunità. Nella cancelleria il cancelliere procedeva poi alla distribuzione delle tradizionali 7 libbre di pepe alle magistrature uscenti (il pepe era una spezia assai pregiata a quei tempi, spesso usata anche al posto del denaro), le quali venivano così licenziate, mentre le nuove procedevano al tradizionale giuramento di “rettitudine e fedeltà”.
All’importanza della figura del cancelliere non corrispondeva però un arredamento adeguato dei locali della cancelleria, come si deduce da alcuni inventari lasciati da cancellieri uscenti, che sono interessanti per capire anche gli usi e costumi del tempo in fatto di alimentazione.
In un inventario lasciatoci da un certo Vittorio Borgianti di Volterra nell’anno 1586 si elencano, ad esempio, una madia usata d’albero per fare il pane, due stacci vecchi, un cassone da farina, una stia per capponi con truogolo, due “preti” per scaldare il letto, una spianatoia da pane, una mestola per la farina, due mezzine di rame, un lettuccio d’albero, arali di ferro da focolare, paletta, molle, uno spiedone di ferro, una conca da bucato, un mortaio con pestello, due padelle, una da cucina, l’altra da “bruciata”, due paioli di rame, una moscaiola per la carne ed altre masserizie varie tra cui tavole, sedie, qualche mobile usato. Insomma, tante incombenze per il cancelliere, ed una vita privata fatta di pochi comfort.
(V. F.Burresi “Poggibonsi nel Settecento” 2022; F. Burresi - M. Minghi “Poggibonsi dalla distruzione di Poggiobonizio al ‘700”, 2018; ASS. Comune di Poggibonsi, filze varie)

